Ogni volta che leggo un libro "della Daria" (così sono solita chiamarla da anni, così dicevo quando la sera mi dovevo assolutamente tenere libera per vedere un suo programma; no, io stasera "ho la Daria"), mi sembra di vedere messi nero su bianco dei pensieri, dei ricordi, delle considerazioni che sono anche mie.
Questo suo ultimo libro è una specie di diario personale degli ultimi anni, soprattutto dei suoi viaggi più recenti in Paesi mediorientali, anzi non un diario perché non c'è una cronologia, diciamo che sono appunti intimi, a cuore aperto.
Si parla di solitudine, come suggerisce il titolo, si indaga sulla solitudine partendo da un'accezione affatto negativa perché, come già si evinceva dai suoi precedenti romanzi, per Bignardi la solitudine è un rifugio, una costante, un ricordo positivo della sua infanzia e un privilegio del suo presente.
Si parla di ricordi, di desideri, di pensieri, si viaggia in Paesi anche difficili, si tocca con mano la questione palestinese.
Giunti all'ultima pagina non si può non esserle riconoscenti per aver ancora una volta condiviso con noi la sua empatica e sincera percezione del mondo, i suoi pensieri mai banali e mai stucchevoli, che la rendono sempre così vicina a chi la legge.
P.s. in occasione di una delle presentazioni di questo suo ultimo libro, sono finalmente riuscita a conoscerla personalmente e incontrarla è stata una piacevolissima conferma.
"Chissà tra quanti anni si potrà visitare rabbrividisco il Museo della Guerra di Gaza."
"La mia era una pancia contenta: quelli della gravidanza in fondo sono gli unici mesi in cui realmente non sei solo."
"Tra i trenta e i cinquant'anni le donne che hanno figli o genitori anziani, cani, passioni, una vita, un lavoro - ma anche quelle che non lavorano fuori casa- vivono come a cavallo di un razzo impazzito."
"Il ricordo della schiavitù di dover pensare, procurare e preparare tre pasti al giorno sette giorni su sette per quasi vent'anni mi angoscia ancora."